Il processo sulla trattativa Stato-mafia diventa un comizio di Di Matteo contro Berlusconi

“Il Dubbio” in edicola oggi dedica un articolo di Errico Novi e un editoriale del direttore Piero Sansonetti alla requisitoria pronunciata ieri dal pm Nino Di Matteo nel processo sulla trattativa Stato-mafia, che vede tra gli imputati il generale Mario Mori, accusato di aver tessuto accordi con i corleonesi dopo le stragi del 1992. Errico Novi scrive che “questa nuova puntata del lungo racconto offerto, nell’aula bunker dell’Ucciardone, dalla Procura alla Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto sarà a lungo ricordata come un’avvelenata degna di un comizio”. “Più che una requisitoria, quello del pm Nino Di Matteo pare un bombardamento al veleno, che non risparmia nessuno.” “Alla fine, nella sua coazione a ripetere la storia della trattativa, Di Matteo è costretto a difendere l’attendibilità di Ciancimino e Riina.”

Il direttore Piero Sansonetti osserva che “Di Matteo ha rovesciato tutto e ora non accusa più gli imputati ma accusa Berlusconi, anche perché le elezioni sono vicine e il bersaglio grosso resta il cav. (oltretutto riabilitato dalla stampa internazionale e in grande ascesa nei sondaggi). Il problema è che Berlusconi non è imputato, ma questo al dottor Di Matteo sembra un particolare del tutto trascurabile”. 

Pubblichiamo integralmente l’editoriale del direttore del Dubbio, intitolato “E alla fine il Pm Di Matteo rase al suolo le tesi dell’accusa… Ma così danneggia la magistratura”.

 

Un poveretto che volesse capire quale sia la tesi del Pm Di Matteo (al famoso, interminabile e ormai un po’ farsesco processo sulla trattativa stato-mafia), dopo la requisitoria di ieri del magistrato siciliano sarebbe costretto ad arrendersi. La tesi non c’è. In partenza l’ipotesi dell’accusa era che settori dello Stato (governo, carabinieri) avessero trattato con la mafia, dopo (o forse prima, questo non è chiaro) gli attentati a Falcone, e poi a Borsellino e poi a Maurizio Costanzo e poi gli attacchi dinamitardi in varie città nel ‘ 93. Ora però tutto questo scenario è un po’ svanito, anche perché il processo ha reso evidente che purtroppo non c’è uno straccio di prova, e neppure di indizio, tranne un po’ di fantasie complottiste in parte dei magistrati in parte di un personaggio ambiguo come il giovane Ciancimino.

E allora? Allora Di Matteo ha rovesciato tutto e ora non accusa più gli imputati ma accusa Berlusconi, anche perché le elezioni sono vicine e il bersaglio grosso resta il cav. (oltretutto riabilitato dalla stampa internazionale e in grande ascesa nei sondaggi). Il problema è che Berlusconi non è imputato, ma questo al dottor Di Matteo sembra un particolare del tutto trascurabile. E poi c’è un altro dettaglio: la tesi della mafia che trattava con Berlusconi (già dal 91- 92) avendo deciso di portarlo al vertice del governo, e la tesi della mafia che trattava con la Dc (in particolare con la sinistra Dc) e con i carabinieri, sono due tesi in contrasto aperto tra loro. Del tutto incompatibili. E la tesi – nuova: emersa solo ieri sera – secondo la quale il grande vecchio di tutta questa operazione fosse nientemeno che Oscar Luigi Scalfaro (nemico storico di Berlusconi) francamente non si regge in piedi neppure con molto vinavil.

Di Matteo ha cercato di sostenere che le intercettazioni ambientali di Riina – che risalgono a circa quattro anni fa – siano state realizzate a insaputa del boss, anche se tutto lascia credere che Riina – che fesso fesso, probabilmente, non era – ne fosse invece perfettamente a conoscenza. Il fatto è che – a sua insaputa o no – quelle intercettazioni sono acqua fresca. Riina dice solo alcune frasi fatte, che potrebbe dire chiunque, fa un po’ il gradasso, senza nessun riferimento specifico, senza dare alcun elemento, neppur vago, che possa far credere davvero che lui conoscesse Berlusconi.

Direi che una cosa è assolutamente certa: no, non lo conosceva. Magari poteva ambire a conoscerlo, magari aveva sperato di agganciarlo compiendo degli attentati contro le sue tv, ma tutto questo era rimasto sul piano dei desideri irrealizzabili. Naturalmente sono osservazioni che possono contare anche molto poco, visto che comunque la campagna elettorale è aperta, e oltretutto si sa che Di Matteo è il più probabile candidato a fare il ministro della giustizia per i Cinque stelle, e dunque si capisce che in queste condizioni il processo può essere un ottimo palco per fare un comizio. Però anche i comizi elettorali dovrebbero avere un “capo” e una “coda”. La requisitoria- comizio di ieri né è priva. Si mischiano Scalfaro, Berlusconi, Napolitano e Mancino, dimostrando una assoluta non conoscenza della storia politica di questo paese. Si racconta di incredibili maxi- complotti che nessun romanzo di fantapolitica potrebbe immaginare. Si entra in contraddizioni clamorose con date, fatti, episodi, avvenimenti.

Si può attribuire la colpa di tutto questo a una scarsa preparazione di Di Matteo? Non saprei (oltretutto una volta che scrissi che non conosceva bene la storia mi presi da lui una querela, e non vorrei fare il bis, anche perché, si sa, le querele dei giudici sono sempre vincenti…). Il problema è che non so se si può star tranquilli immaginando che dopo la conclusione di questo processo, Di Matteo dovrà starsene buono buono a Roma alla Direzione centrale antimafia. La lotta alla mafia è una cosa molto seria, difficile: non credo che sia giusto metterla così in burletta.

  1. S.Di Matteo a parte, l’istituzione- magistratura non esce bene da questo processo. La storia democratica del paese messa alla berlina da un Pm, sulla base di nulla. Personaggi illustri come Scalfaro, De Mita, Mancino, Napolitano, infangati senza ragione. Tutto questo per una smania di protagonismo di qualche magistrato.

Non sarà il caso di mettere un freno a questa ordalia e di riportare delle regole certe a un processo, evitando che si trasformi in un talk show del genere trash?

(Piero Sansonetti)