Quell’imbarazzante assoluzione di Mastella, 9 anni dopo

 

Su Facebook lo scrive l’ex-deputato del Pd, Enrico Farinone: “Dunque Mastella e consorte assolti, 9 anni dopo. Una notiziola nelle pagine interne. Ma io 9 anni fa ero in Parlamento e vidi il governo Prodi cadere e la legislatura finire dopo nemmeno 2 anni di vita, a causa di quella condanna mediatica che un’inchiesta ora giudicata fallita aveva sancito. Le successive elezioni anticipate riconsegnarono l’Italia al centro destra. Quel governo Prodi, pur fra tante difficoltà, soprattutto interne, fu l’unico ad affrontare con forza la questione mai risolta dell’evasione fiscale, tanto per fare un esempio. Probabilmente sarebbe caduto lo stesso, prima o poi. Ma non in quel momento. E adesso a quei magistrati nessuno dice nulla? Si rendono almeno conto di aver fatto venir meno un governo democraticamente votato da un Parlamento democraticamente eletto dai cittadini italiani?

“I magistrati che sbagliano non pagano mai. Anzi di solito fanno anche carriera!”, gli risponde Luigi Vimercati, sottosegretario alle Comunicazioni del secondo governo Prodi. “È la regola. E la politica imbelle non ha il coraggio di cambiare la giustizia. A partire da noi Pd”.

Su Twitter, Gianni Riotta scrive che «“quella” “giustizia” servì solo a killerare il governo Prodi e aprire quel che seguì. Caos Italia purtroppo».

Sul Foglio, rispondendo a un lettore sotto il titolo “Una lezione che verrà ignorata sul caso Mastella”, il direttore Claudio Cerasa scrive che “non ci sarà mai una sinistra di governo che potrà risultare credibile se non affronterà un tema che in tutti questi anni nessuno ha avuto il coraggio di affrontare fino in fondo: il dramma di un paese (lo sta capendo persino Di Pietro) che non ha ancora trovato il giusto vaccino per proteggersi da un virus letale chiamato circo mediatico-giudiziario”.

Il Mattino titola “Assoluzione di Mastella: il contrario della giustizia” e Alessandro Barbano scrive che “l’assoluzione con formula piena di Mastella non mette la parola fine a una normale vicenda giudiziaria, bensì a un «monstrum» giuridico. È fuori luogo però l’aggettivo kafkiano: qui non c’è nulla di incomprensibile, labirintico, assurdo o angosciante. Qui tutto è fin troppo chiaro. (…) La volontà di portare la dialettica politica sotto l’imperio della legge penale, in nome di una campagna di moralizzazione di cui certa magistratura si è fatta negli anni paladina, ha trasformato un confronto interno alla compagine di maggioranza, che allora guidava la Regione, in una storiaccia nera, fatta di ricatti, di pressioni indebite, di sordida concussione. Tutto senza fondamento alcuno, apprendiamo ora dal giudice che ha emesso la sentenza. Quella iniziativa giudiziaria però produsse i seguenti effetti: le dimissioni del Ministro della Giustizia, la caduta del governo Prodi, l’eclisse di Mastella dalla scena politica nazionale, la messa sotto accusa della moglie di Mastella (anche lei assolta insieme ai due assessori regionali allora coinvolti), la criminalizzazione dell’Udeur, il partito guidato da Clemente Mastella. Dopo dieci anni, non c’è modo di fare come se tutto questo non fosse mai accaduto. È accaduto, e i magistrati, che hanno sostenuto l’accusa con ostinazione degna di miglior causa, ne portano intera la responsabilità morale”.

Barbano conclude osservando che “dieci anni, in politica, sono tanti. Ma non ce la sentiremmo però di dire che sono abbastanza per giurare che in futuro di simili, abnormi vicende non si dovrà più parlare. Non è così, perché il tessuto normativo e quello dell’organizzazione giudiziaria non sono così cambiati in questi anni. La politica soffre lo stesso discredito di allora, ma soprattutto l’avviso di garanzia funziona allo stesso modo, lo squilibrio fra accusa e difesa pesa ancora sul processo, di separazione delle carriere non si parla, l’assetto dell’ufficio del pubblico ministero è rimasto sostanzialmente uguale, e i tempi della giustizia restano intollerabilmente lunghi. In queste condizioni, chi può dire che non si verificherà più che un ministro o un governo vengano travolti da un avviso di garanzia per scoprire solo dieci anni più tardi che quelle accuse erano senza fondamento? Ci sarebbe di che riflettere. Ci sarebbe…”.

Gianluca Di Feo, su Repubblica, scrive che “lo scandalo è tutto nella lunghezza del processo: oltre sei anni dal rinvio a giudizio alla sentenza di primo grado”, mentre su formiche.net Gianfranco Damato sostiene che “in questa vicenda che porta il nome di Mastella, ma ha avuto molti altri imputati, tutti assolti con lui, non si è sfatta solo la giustizia. Si è sfatta, o è stata sfatta dalla magistratura, anche la politica perché non dimentichiamo che con le dimissioni dell’allora ministro Mastella cadde anche il secondo governo di Romano Prodi, che a sua volta si trascinò appresso la legislatura cominciata solo due anni prima. Poi altri magistrati ancora hanno permesso ai soliti manipolatori di ricostruire a loro modo la storia, diciamo così, attribuendo la crisi ad una operazione di compravendita di parlamentari da parte di Silvio Berlusconi, allora alla guida dell’opposizione”.

Per concludere, sul Corriere della Sera, Fulvio Buffi scrive che “di quella vicenda di quasi dieci anni fa rimane — oltre a un’inchiesta finita nel nulla e a una crisi di governo — soltanto il ricordo di una surreale conferenza stampa, con il procuratore dell’epoca di Santa Maria Capua Vetere, Mariano Maffei, che non si rese conto di essere ripreso da decine di telecamere e che al termine provò a pretendere che nessuna immagine venisse mandata in onda. In realtà era già stato tutto trasmesso in diretta e in diretta andò anche la sua piccatissima reazione”.

(a cura di Beniamino Bonardi)