Le bombe d’acqua non esistono, rileggiamo Dante

 

Dopo il disastro di Livorno, il più esplicito è Franco Prodi, geofisico e climatologo di fama internazionale, già ordinario di Fisica dell’atmosfera all’Università di Ferrara, che intervistato dal Messaggero e dal Mattino  spiega che “le bombe d’acqua non esistono. Voi giornalisti dovreste abolire questo termine a-scientifico”. Si può parlare di Italia tropicale? “Tropicale? Fesserie!”, risponde Franco Prodi, che aggiunge: “L’Italia ha la raccolta dati più accurata dai primi del 900 e non ho trovato evidenze di incremento delle alluvioni se non nella conta di danni e vittime”. Piuttosto, spiega il geofisico e climatologo, bisogna elaborare, ed eventualmente diffondere al pubblico, le immagini da satelliti e radar meteorologici per previsioni a breve termine.

E mentre l’Osservatore Romano riprende la dichiarazione del Presidente Mattarella, titolando che “È necessaria una riflessione sui cambiamenti climatici”, sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella  invita a rileggere l’Inferno di Dante e scrive: “C’è chi dirà: è colpa del clima che cambia! No, non tutta. I nubifragi, anche se il sommo poeta non avrebbe potuto chiamarle bombe d’acqua, c’erano anche ai tempi di Dante Alighieri che nell’Inferno descrive una tempesta in Lunigiana: «Tragge Marte vapor di Val di Magra / ch’è di torbidi nuvoli involuto; / e con tempesta impetuosa e agra». E un secolo e mezzo fa Jessie White Mario, nella cronaca dei funerali di Garibaldi, confermava: «Il cielo quasi si velò come alla morte del Giusto, e gli elementi scatenati aggiunsero il loro fragore a quello del cannone, e i venti schiantarono le bandiere…». Ci sono sempre stati, gli improvvisi diluvi. È l’ambiente, che troppo spesso non è più in grado di sopportare i cazzotti più violenti della natura. Perché siamo noi ad averlo stravolto. Per poi piangere, Dio ci perdoni, lacrime di coccodrillo”.

Anche secondo il geologo Mario Tozzi, su La Stampa, “sono i due tipici problemi del confronto degli italiani con gli eventi naturali che diventano catastrofici solo per colpa nostra: mancanza di esercizio della memoria e scarsa conoscenza dei fenomeni stessi. Come se i morti e i danni delle alluvioni dipendessero dal fato e non dal nostro atteggiamento. Questo è il punto cruciale: quando in due ore piove la stessa acqua che un tempo cadeva in sei mesi si dovrebbe guardare piuttosto in terra che non al cielo”. Tozzi aggiunge che “chi amministra i territori a rischio naturale (ormai ben noti), terremoti o alluvioni che siano, non dovrebbe trincerarsi dietro il fatto straordinario o l’evento mai visto prima. Intanto perché, a guardar bene, di eccezionale non c’è quasi mai niente e l’evento che ieri accadeva ogni vent’anni, oggi avviene ogni anno”. 

Sul Quotidiano Nazionale, sotto il titolo “Un paese da rifare”, Gabriele Canè scrive: “E a chi obietta che tutto ciò ha costi enormi, rispondiamo che lo Stato ha enormi risorse mal spese, e tantissime braccia strappate alla messa in sicurezza del Paese”.

Sui costi interviene Oscar Giannino, sul Messaggero,  scrivendo che “negli ultimi decenni il danno arrecato dalle calamità naturali all’Italia può essere stimato in circa 6-7 miliardi in media l’anno: 60-70 miliardi di danni (e vittime, purtroppo) in un decennio. A fronte dei quali lo Stato, in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche, con manica larga includendo tutti gli interventi realizzati di cui molti assai discutibili, e comprendendo anche fonti di finanziamento europee, ha speso meno di 10 miliardi in prevenzione. Credere di poter spendere per la prevenzione in un rapporto di solo 1 a 7, rispetto ai danni che si verificano, aumenta le vittime e obbliga a spendere molto di più ex-post, per l’emergenza e la ricostruzione di edifici, capannoni, infrastrutture”.

(a cura di Beniamino Bonardi)